di Sandro Campani
Il quinto evangelio è la storia di una ricerca vana, costruita accumulando frammenti riaffioranti di altre ricerche vane, eppure necessariamente rinnovatesi, dal Settimo Secolo al Ventesimo: ogni volta che un uomo si mette alla ricerca del quinto evangelio, rinnova il vangelo; la storia personale di chi viene in contatto con il testo e dedica a esso la vita finisce per ripercorrere la storia stessa del Cristo. (Schema, questo, su cui Pomilio lavora con diverse variazioni: c’è la Storia di Fra Michele minorita, in cui il processo subìto dall’eretico ricalca la forma della passione di Cristo – sicché si ha la descrizione di un avvenimento verosimile fatta utilizzando le medesime parole di una rappresentazione già scritta; c’è Il Cristo di Guardia– la predicazione di Giosuè Borgogno, valdese calabro, che rappresenta il Cristo in una via crucis al termine della quale viene catturato realmente. “Quattro guardie, quella sera stessa, arrestano un uomo che non cerca di difendersi e nel tendere i polsi compie un gesto noto”; lo stesso succede all’uomo che interpreta il Quinto Evangelista nel dramma che chiude il libro, allorché, nella Germania del 1940, riafferma il messaggio del Cristo come “alternativa permanente all’Ordine ingiusto e a quanto offende la persona umana”: al capitano Klammer, nelle vesti di Pilato, non resta che arrestarlo.)
Leggere Il quinto evangelio mi spinge al silenzio. Non è tanto lo sconforto per la mia ignoranza (Come Bergin, il professore americano che in una Colonia distrutta dai bombardamenti inizia la sua ricerca, sono “digiuno affatto di paleontografia e di critica testuale e quasi ignaro di storia sacra e di letteratura neotestamentaria”); non è l’ammirazione per la struttura complessa e la maestria con cui Pomilio, partendo da una cornice epistolare, padroneggia generi disparati conducendoli a una unità potente; non è la fascinazione per le invenzioni verosimili di quella che in fondo è anche un’investigazione fantastica appassionante; né l’ammirazione per lo stile, quella lingua multiforme e sempre necessaria, mai virtuosisticamente esibita, piena di compassione. Ciò che mi spinge al silenzio è trovarmi al cospetto della fede.
«Quanto a me, beninteso, non che fossi convertito. Restavo all’incirca l’agnostico di sempre, con intatte le mie riserve d’indifferenza e la mia tendenza a concepire Dio come un affare privato o al massimo come un dilemma senza sbocchi, una specie di partita doppia tra il credere e il non credere, o di conto rimasto in sospeso e in ogni caso non esigibile. Eppure, gliel’ho detto, ero commosso e implicato» (Mario Pomilio, Il quinto evangelio, Milano)
Pomilio sfida il mio vuoto di senso come uomo, mettendomi di fronte alla fede. Provo, leggendo, un desiderio struggente di sapere cos’è la fede, di sentirla, di sapere se significa potersi salvare dal vuoto (come forse speriamo dal di fuori, invidiando incuriositi chi possiede il dono della fede) o se non significhi invece un dover farsi carico del vuoto, portandone il peso, perché se Dio non si mostra e tace, è assente, è l’uomo a doverlo testimoniare: «In ogni caso, e nonostante tutto, operare nel senso del Dio esigente: perché è possibile che oggi, in assenza di Dio, il cristiano sia delegato a testimoniare di lui immensamente di più di quanto gli sia mai stato domandato prima» (Ibidem, pag. 17) Posso io farmi carico, scrivendo dalla mia prospettiva inadeguata, di una domanda così pesante? Io posso giusto testimoniare che un salice è un salice, che una quercia è una quercia, che gli uomini si comportano in certe maniere differenti, che dentro di loro forse agiscono certe forze e certe immaginazioni.
Pomilio sfida il senso del mio scrivere, anche tecnicamente. L’impegno e la condanna alla ricerca di una voce che dica quello che sempre sfugge e sta già nelle cose, ma in modo sempre nuovo. Cosa c’è che io possa testimoniare, scrivendo? Di cosa potrò farmi carico? Cos’è che si rinnova in me, tanto da fornirmi la spinta e la presunzione di faticare, al buio della mia ignoranza, per cercare di ridire ancora quel che già è stato detto? Quale sarà la mia ricerca vana, e perché intraprenderla, se so già per certo che sarà vana? È la mia esistenza di uomo, a costringermi a testimoniare la mia esistenza di uomo che cerca.
Però, la mia esistenza ha un senso? No. Il fatto che scriva le aggiungerà senso? No.
Dovrei cercare la verità, in quello che scrivo. Ma la verità è impossibile da dire. Non farò che approssimare, avvicinarmi, a tentoni (oppure me ne sto allontanando?).
«Quinto Evangelista: “A quanto pare, non s’è finito: si continua a cercare. La prova del resto ne siamo noi qui: cos’altro stiamo facendo?”
Avvocato Schimmel (Ironico): “Anche tu? Non dicevi d’essere il Quinto Evangelista, il supertestimone, il detentore della verità finale?”
Quinto Evangelista (In tono asciutto): “Il Quinto Evangelio non è niente di tutto questo. Il Quinto Evangelio è lo Spirito che si cerca”» (Pomilio, Il quinto evangelio)
La verità sopravvivrà a tutti coloro che possano averla violata, o abbiano tentato di nasconderla.
La verità sopravvivrà a chiunque potesse ascoltarla, ritrovarla, crederla. Resterà ovunque nello spazio vuoto della polvere, spazzata dal niente. Senza nessuno che la dica, muta come la polvere che sarà niente a sua volta, senza nessuno che la dica. La verità resisterà anche infinitamente dopo che sarà sparito il più infimo ricordo della polvere in cui si dissolse l’ultimo bugiardo che aveva tentato di sopprimerla. Anche se allora non ci sarà nessuno che possa materialmente riconoscerla, osservarla, crederla.
Perciò ritorniamo a questo punto: Dio è assente, se l’uomo non lo testimonia. Non c’è verità senza l’uomo. Bisogna quindi testimoniare l’uomo.
Convegno online su vibrisse.wordpress.com (16-30 ottobre 2015) a cura di Demetrio Paolin