3_Che cos’è «Il quinto evangelio»?

di Enrico Macioci

Che cos’è Il quinto evangelio di Mario Pomilio? Alla domanda si può rispondere in almeno due maniere.

Anzitutto consideriamo l’oggetto narrativo. Pomilio lo pubblicò dopo prove quali L’uccello nella cupolaIl testimoneIl nuovo corso, Il cimitero cinese, e dopo un lungo blocco durante cui stese saggi e riflessioni e maturò risposte profonde alla sua crisi di uomo e scrittore, allestendo l’officina e forgiandosi gli strumenti per edificare il capolavoro. Veniva da un decennio di stasi creativa che lo portò ai confini del silenzio, e Il quinto evangelio rappresentò la svolta attraverso cui ribaltare le difficoltà in risorse e l’afonia in una diversa, più potente voce. Accade abbastanza spesso, del resto, che un autore consacri il proprio genio attraverso un solo, grande libro – pensiamo a Dante, a Melville, a Musil; è anche il caso di Pomilio.

Il quinto evangelio venne pubblicato nel 1975 (lo stesso anno in cui uscì Horcynus Orca di D’Arrigo), dunque in pieno postmoderno; tuttavia esso riassume, forse più di qualsiasi altro testo narrativo in Italia e in Europa, la migliore essenza postmodernista per poi scavalcarla. Si tratta cioè di un’opera aperta, metatestuale, labirintica, autoriflessiva, debordante, ramificata, potenzialmente infinita; è l’opera di un autore assai consapevole; è colta; ama gli intrighi; mette e si mette in scena; è insomma un’opera intelligente, che richiede al lettore una collaborazione attiva e quasi una co-creazione. Ciò che invece manca di postmoderno – mancanza che non stona e anzi aggiunge merito a Pomilio – sono l’ironia e il disincanto che finiranno per divorare parecchi scrittori a venire, determinando la deriva nichilista che Foster Wallace, già nella seconda metà degli anni ’90, denunciò con toni piuttosto allarmistici. Non si può scherzare (per) sempre, e Pomilio nel suo romanzo non scherza. Del resto Il quinto evangelio parla della questione delle questioni, la questione che per brevità potremmo chiamare del Libro. Quale prova più ustionante per uno scrittore?

Qualche titolo, in breve.

Infinite Jest di David Foster Wallace vede la luce nel 1996; è una serrata analisi (e una satira) della società dei consumi e ruota intorno alla letale cartuccia di un film che costituisce l’intrattenimento definitivo: chi lo vede, muore. Underworld di Don DeLillo viene edito nel 1997; costituisce un affresco degli Stati Uniti d’America a cavallo fra il secondo dopoguerra e gli anni ’90, tessuto inseguendo una vecchia e logora palla da baseball, cimelio, simbolo e icona di un’intera configurazione dell’uomo e del mondo. 2666 di Roberto Bolaño esce invece nel 2003 e fa esplodere il dettato postmoderno sia nella forma (una germinazione di storie oramai convulsa, che può indurre al panico) sia nei contenuti (il pathos del sacro che torna a bussare alle porte di una rediviva coscienza spirituale); l’epopea del cileno parla della lunga e infruttuosa caccia allo scrittore scomparso Benno Von Arcimboldi, ambiguo genio forse complice delle perversità del ʼ900, e sfiorandone la figura –sorta di Balena Bianca contemporanea – senza mai arpionarla, spalanca una botola nel senso stesso della letteratura.

Tre fra i romanzi più notevoli degli ultimi decenni sono dunque strutturati in maniera abbastanza simile: gigantesche cattedrali che custodiscono al loro interno un arcano, insidioso e sfuggente graal. L’arte narrativa pone un problema e poi, per quanto abile essa si dimostri, non lo risolve, non sa più sciogliere il cappio. Viene in mente a proposito di cappio – macabro e triste pensiero – il suicidio proprio di Foster Wallace, che s’impicca lasciando incompiuto l’ultimo difficile lavoro, Il re pallido. La bravura, insomma, non basta più; e trova una paradossale ragion d’essere nella piena espressione della propria inadeguatezza.

In un’ottica del genere Il quinto evangelio anticipa – e per certi versi supera – gli esempi fatti; li anticipa perché viene concepito venti o trent’anni prima; li supera perché il nucleo che si sforza di raggiungere è (semplificando ma non troppo) Gesù Cristo il Figlio di Dio, il fondatore della nostra civiltà, l’individuo più complesso e inquietante in cui possiamo specchiarci.

Pomilio sfoggia un armamentario tecnico eccelso; la finzione narrativa, i numerosi alter ego, le diverse forme e i molteplici registri gli consentono di prendere le distanze da una materia tanto incandescente e però di metterla a fuoco grado a grado, provare a fissarla in una luce durevole che sveli e non accechi. Le lettere, i lacerti, gli apocrifi, i commenti e i commenti dei commenti, le domande e le risposte vanno a modellare un unico grande coro, nel tentativo di rispondere alla domanda che ci angoscia, affascina e scandalizza da più di due millenni: voi, chi dite che io sia? Come un disegno di Escher, il libro di Pomilio s’avvicina allontanandosi e s’allontana avvicinandosi; la sua méta è davanti ma anche indietro, è a destra, a sinistra, sotto e sopra; somiglia a quelle trottole che vorticando mescolano molti colori in un unico colore, il quale però esiste fintanto che si verifica il movimento. Il movimento de Il quinto evangelio consiste in un perenne interrogarsi, perché solo così il mistero si ravviva emergendo dalle ingannevoli tinte del pensiero superficiale.

Joseph Conrad (fonte d’ispirazione di tanto modernismo e dunque, per vie traverse, di tanto postmodernismo) ha impartito ai romanzieri lezioni perfette sull’arte di nascondersi, rimandare, frapporre barriere, inventare stuntmen letterari, cautelarsi dal fuoco della verità; è grazie a Marlow che giungiamo a conoscere Kurtz, è Marlow lo specchio – incrinato – in cui il folle volto di Kurtz si riflette e ci osserva senza distruggerci. Pomilio ne Il quinto evangelio spinge la pratica alle estreme conseguenze, dando vita a una foltissima schiera di personaggi e servendosene per ridurre il calore della fiamma, l’urgenza della sfida che risuona nel cavo dei secoli: voi, chi dite che io sia?

E qui passiamo all’altro aspetto de Il quinto evangelio, quello metafisico, il più centrale, la dinamo del testo. Pomilio si è cimentato in un’operazione – dal punto di vista estetico e cognitivo – ardua e sgomentante. Egli ha riletto per sé e per noi i quattro Vangeli canonici e ha tentato di cavarne fuori una visione (una forma) che andasse oltre le incongruenze, le interpretazioni, le forzature, le devianze accumulatesi nel tempo. È dunque risalito alla sorgente della nostra storia intellettuale e se n’è abbeverato; quell’acqua è fredda, può dissetare ma anche tagliare la gola, eppure lui ne ha bevuto e poi s’è tuffato, alla ricerca del quinto evangelio.

Ma che sarà mai questo quinto evangelio? Pomilio comincia a chiarircelo a pagina 75, attraverso le parole di un abate del X secolo, un certo Servato Lupo: “Adesso sono intento a comporre un quinto poemetto nel quale non vorrei procedere più per paragrafi ma dar voce alla mia voce celebrando non questo o quel vangelo già composto, ma la verità che scorre per tutti e in nessuno si trova intera”, la quale verità fa “a somiglianza dell’erba, che non le bastano i luoghi culti, ma cresce anche lungo i fossi e perfino tra le pietre”, o del lievito, “che fermenta in sempre nuova pasta […] per manifestarsi ulteriormente al nostro intendimento”. Il passaggio-chiave si situa per me laddove l’abate sostiene di voler dare voce alla propria stessa voce. La materia trattata insomma non esiste in sé; essa è piuttosto il risultato – meglio, il distillato – di un principio che possediamo già, che si trova già a portata di mano, che è ovunque e che, alla pari dei raggi ultravioletti o dei neutrini, attende gli strumenti per decifrarlo. Pomilio insegue più un margine che un centro, più un’ombra che una luce (o una luce talmente forte da diventare e da fare ombra); la sua è più una (ri)scoperta che un teorema. Come afferma lui stesso “è lo Spirito che si cerca”, e non occorre afferrarlo né possederlo bensì accoglierlo; un’accoglienza siffatta richiede disponibilità, flessibilità, morbidezza interiore, una rara umiltà (l’umiltà dei santi) e un’eroica rinuncia all’ego. La materia del romanzo di Pomilio – la stessa che trasuda dai Vangeli come resina da un tronco, ancora in larga parte incompresa, fraintesa, inesplosa – è ricca d’insidie; leggere i Vangeli implica sempre un riaccendere il problema, giammai un risolverlo, sempre un rimettersi in gioco e giammai un concluderlo; fra le pagine umane dei quattro libretti vibra un messaggio sovraumano; chiunque Gesù fosse, le sue frasi eccedono la nostra capacità di comprensione: “Eppure, ecco, alla fine di questa somma d’inesattezze [dei Vangeli] deriva un’impressione tutt’altro che gradevole e uno stato d’animo, starei per dire, assai simile al disagio. Come se, sì, quanto alla lettera quelle pagine restassero più o meno le stesse, ma quanto allo spirito apparissero mutate, più arrischiate, più inquietanti, più scottanti e imbarazzanti, e direi quasi intessute con fibre più inflessibili. Al punto che alcuni giorni io spesso mi domando: Ma che diamine c’è, insomma, nei Vangeli, che basta leggerli tradotti in modo appena un po’ diverso, o solo udirli pronunziare diversamente dall’usato, perché all’improvviso ci suonino sediziosi?”.

Qui Pomilio si esprime tramite Teodoro da Tortona, un abate che sarebbe vissuto a Bobbio durante il 1200 e il cui carteggio col vescovo di Vercelli verrebbe citato negli Annali dal Muratori. La dovizia di particolari che l’autore dedica ai vari cronisti e al loro inquadramento storico e geografico è significativa: più essi appaiono reali, meno Mario Pomilio rischia in prima persona (Conrad docet) perché la letteratura, se si spinge a esplorare certe zone, chiede in cambio qualche sostanzioso tributo. Leggere i Vangeli e poi scriverne con la dovuta serietà significa correre il pericolo di guardare nell’abisso – l’abisso dell’umano – e non scorgervi il fondo. Del resto, scorgiamo un fondo se ci chiniamo a guardare dentro di noi?

I Vangeli sono intimamente contraddittori, rigettano le ideologie e le filosofie; non sono addomesticabili, non rientrano negli schemi; fanno attrito non solo con la storia precedente e successiva ma perfino con sé stessi. La loro parola è un perpetuo dissidio, un ininterrotto dialogo fra questo mondo e un altro, che balugina ora minaccioso ora luminoso ma comunque smisurato nella sua feroce genuinità, vicinissimo e remoto. Gesù Cristo ha portato sulla Terra una parola nuova e ancor oggi futura, una fiamma furibonda che nessuno è in grado di spegnere o quantomeno controllare. Gesù, parlando come nessuno mai, ha ammalato ogni ulteriore discorso. Gesù è dunque – anche – un dilemma, un arduo dilemma. Poco più sotto Pomilio (stavolta per l’interposta persona di Benedetto da Monforte, vescovo di Vercelli) aggiunge: “Io finora ai Vangeli avevo sempre pensato come a un libro di devozione, e invece ho scoperto che sono una fonte di virtù antagoniste”.

È qui che subentra, simile a una spina conficcata nella pelle, il problema dell’identità del soggetto delle narrazioni evangeliche. “Guardiamo al suo carattere”, ci esorta il Quinto Evangelista che, fra le voci del libro, è la più eloquente e ispirata, la più diretta – Pomilio se ne sta subito dietro, pieno di timore e coraggio assieme. “Tenero e forte, delicato e fiero, dignitoso e sofferente, imperioso e insicuro, umano e più che umano. […] Si possono moltiplicare i punti di vista intorno a lui col risultato che ne emerge solo l’indecifrabilità”.

Gesù è un agrafo, come Socrate. I due maestri dell’Occidente non scrivono, parlano. E la parola di Gesù risulta così potente da frantumare il quadro che si sforza di racchiuderla, un po’ come se si tentasse d’infilare in una cornice l’oceano in tempesta. “Su un piano narrativo incolore e quasi inerte emergono via via i discorsi di Gesù: e sono discorsi d’altro stampo, scritti come in un’altra lingua, discorsi tali, dico, che ancora oggi ci stiamo domandando chi fosse a pronunziarli e se fosse semplicemente un uomo”, afferma il Quinto Evangelista. Poi: “Certo è che il linguaggio usato da Gesù, più ci si pensa, più appare un vero miracolo espressivo: non riferibile a tradizioni, sfugge a ogni definizione, non è riducibile al metro umano – come se questo, per dir così, non riuscisse a contenerlo intero”.

Di qui la feconda insufficienza dei Vangeli, e più in generale l’insufficienza di qualsiasi testo al cospetto del Verbo donde la totalità dei testi, per vie sempre e comunque da discernere, prende slancio. Pomilio ci avverte: s’annida un cortocircuito nell’atto dello scrivere. La modernità ha reso via via più pressante quest’impotenza genetica della scrittura. Due poeti cruciali degli ultimi secoli, Hölderlin e Rimbaud, tacciono rispettivamente a trenta e a vent’anni; Melville tace poco dopo la stesura di Moby Dick, uno dei romanzi decisivi fra Otto e Novecento; Nietzsche sprofonda nelle tenebre a quarantacinque anni; e gli esempi aumentano avvicinandosi ai nostri tempi fra silenzi, suicidi, follie (Trakl, Campana, Cvetaeva, Wittgenstein, Celan, eccetera). Più la coscienza e l’ascolto del Logos si acutizzano, più bruciano la parola scritta. Dinanzi all’incendio dello spirito i nostri poveri foglietti diventano cenere. La parola scritta è un ripiego, nel migliore dei casi una pallida eco dell’originale, e qualunque scrittore che abbia lavorato con impegno allo sviluppo delle proprie idee lo sa bene. “È una conferma del paradosso dei Vangeli”, afferma Pomilio tramite lo scritto, apparso su la “Rassegna delle province meridionali” di un tale Ferdinando Derosa, “che non sono intelligibili se non ai sentimenti”. Per poi far sentenziare al chimerico Dominique Dubos, nella biografia dell’altrettanto chimerico cavalier Du Breil: “La verità non è mai così esatta da non consentire una certa dose d’immaginazione”.

Qui però, al culmine della vertigine speculativa, subentra il salto mortale della grazia, il taglio del nodo gordiano; la faccenda non è risolvibile da un punto di vista razionale, la logica non basta e occorre attingere alle emozioni, alle parti preconsce, a ciò che ci abita senza che lo sappiamo; occorre attingere a ciò che abbiamo dimenticato di possedere e forse perfino di essere. Stanare il quinto evangelio, estrarlo dalla palude della religione e dell’ateismo, della credulità ingenua e dell’arido raziocinio, non è più un problema filologico e neppure psicologico o culturale, ma spirituale o iniziatico. “Procura di trovare il Cristo e avrai trovato il quinto evangelio”, ci istruisce l’abate di Bobbio, laddove giacciono alcune carte che lì avrebbe lasciato San Colombano di ritorno da un viaggio in Calabria. La soluzione – semplice e terribile – consiste in una scelta (gli uomini, ammonisce Dostoevskij, odiano poter scegliere e cioè odiano l’arbitrio): la scelta di credere che non sia tutto qui e che l’avanzo di senso che stilla dai Vangeli come succo dall’orlo d’un barattolo concreti la reale essenza di Gesù, ciò che Egli non rivelò compiutamente per tema forse di bruciarci. Perciò “il quinto evangelio è già scritto negli altri quattro, e bisogna solo sapervelo leggere” poiché “un’impostura, quasi sempre, non è altro che una verità manomessa” e poiché “ciascuna generazione non soltanto rilegge diversamente i Vangeli, ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo”.

In tal senso, letteralmente, il quinto evangelio è Gesù. Lo conferma il magnifico dramma teatrale che conclude il libro, in cui prende la parola il Quinto Evangelista rivelandosi, dopo che nemmeno gli evangelisti canonici lo hanno riconosciuto, come il Figlio dell’Uomo. Il salto mortale di Pomilio si compie non tramite il ragionamento ma tramite la finzione narrativa; di personaggio in personaggio, di balzo in balzo egli, indomito acrobata, giunge fino alla croce di Cristo, alla sua morte e resurrezione; il problema in apparenza irrisolvibile viene risolto.

Il racconto evangelico, a differenza di tutti gli altri racconti, non si riduce a un facciamo finta che; ma essendo troppo vero per i nostri fragili parametri giochiamo a fingere, permettendoci in tal modo di esitare e rimanercene al calduccio. Perché se Gesù è esistito (se Gesù esiste), tutto è possibile: la difficoltà si trasforma in uno stimolo e l’incompiutezza in una nostra decisione, mentre la morte non appare più come uno sbarramento ma come una foce, come il passaggio verso un luogo in cui dovremo rivelarci infine all’altezza di noi stessi, della nostra natura umano-divina. “Certamente il quinto evangelo è anche la storia d’una lunga eresia; e parimenti esso è anche il ramo verde della Chiesa, di continuo reciso e di continuo rifiorente, è anche la perpetua utopia del Regno, è anche l’emblema della fuga in avanti impostaci per sempre dalla parola del Cristo. Solo che la ricerca d’un quinto vangelo reale, tangibile, d’un vero libro insomma, non è stata soltanto una scommessa con l’impossibile […]. È vero semmai che essa includeva anche il bisogno, velleitario quanto si vuole, visionario quanto si vuole, di rincorrere un’evidenza per incontrare una speranza”.

Ecco, la parola “speranza” (posta non lontano dalla parola “evidenza”) mi sembra la più adatta per concludere queste riflessioni poiché il grande libro di Pomilio, sebbene pervaso dallo scetticismo e roso dal dubbio di un’inesausta intelligenza, pulsa di un’antica eppur nuovissima attesa, come di un parto dolce e tremendo e salvifico.

Convegno online su vibrisse.wordpress.com (16-30 ottobre 2015) a cura di Demetrio Paolin

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