di Simone Gambacorta
Un autore certamente non ignoto e non estraneo alla formazione di Mario Pomilio, e senz’altro per ordini di ragioni ben più pregnanti delle lasche e spesso fuorvianti prossimità anagrafiche, ossia Benedetto Croce, in una delle sue opere più dense, e incentrata su un tema che, in altro modo, avrebbe di per sé rappresentato un catalizzatore delle istanze politiche pomiliane, vale a dire la Storia d’Europa nel secolo decimonono, fra la gran messe di osservazioni, ne dispensa una che, sebbene arbitrariamente, può essere esportata, e quindi importata, e senz’altra pretesa che farne un libero spunto di riflessione, proprio all’interno del variegato corpus romanzesco cui Pomilio ha dato forma con le sue opere: «Come se sia cosa possibile – scrive Croce – cercare e trovare la verità senza insieme patirla e viverla nell’azione e nel desiderio dell’azione» .
Ora, una raccolta di poesie di Pomilio, scritte nella giovinezza, fra cui alcune affiorate poi in rivista e in antologia, e infine date postume alle stampe per la cura di Tommaso Pomilio, ha visto la luce col titolo di Emblemi. Sicché, prendendo in parte a prestito quella parola, potrebbe dirsi che, quanto ad applicazione e riscontro concreti dell’inciso crociano sin troppo sommariamente prelevato, e cioè quale cartina di tornasole della centralità, nell’itinerario narrativo pomiliano, della connessione sempre cangiante tra “crisi” e “verità”, a offrirsi come caso verosimilmente emblematico è per lo meno La compromissione, romanzo licenziato da Pomilio nel 1965, vincitore, nello stesso anno, del Premio Campiello e apparso con dieci anni esatti d’anticipo su Il quinto evangelio, vale a dire prima che Pomilio si immergesse in quel “silenzio” di romanziere tanto lungo quanto laborioso che s’interromperà appunto nel 1975 col sorgere di un’opera imprevista e “nuova” rispetto a quelle sino ad allora partorite dallo scrittore (sono in effetti cinque e quattro i decenni trascorsi dalla prima diffusione di due romanzi senza dubbio differenti e non di meno collegati, al loro fondo, o magari persino oltre il loro fondo, da punti di contatto forse meno trascurabili di quanto a tutta prima si potrebbe essere tentati di ritenere).
Per quanto possa suonare superfluo farlo, sarà bene concedersi una digressione cautelativa e sottolineare come la parola “verità” necessiti (più che mai in questo caso) di essere isolata e acquisita in misura assolutamente parziale e particolare: liberandola, cioè, dal pur inevitabile gravame di implicazioni “totali” che reca con sé per considerarla, invece, come elemento portante di un “conflitto” (sul punto, tra gli altri, va ricordato il fondamentale libro di Wanda Rupolo Umanità e stile). Conflitto che si configura nel momento in cui instaura un rapporto tensivo riconoscibile tra quelli che, in un romanzo, Alberto Moravia (nell’Intervista allo scrittore scomodo con Nello Ajello) definiva «fantasmi formali», ossia quelle «strutture» portanti costituite dai «personaggi e le situazioni».
I romanzi di Pomilio, e in primis appunto La compromissione, sono per lo più romanzi di “crisi”, e lo sono perché in essi si genera un “problema” (da qui il versante della problematicità tipico della sua narrativa: si veda sempre Rupolo). Moravia e Pomilio hanno nulla in comune, ma una possibile congiuntura sta nel fatto che entrambi avevano a modello Dostoevskij (come vastamente rilevato dalla critica) e che, tutto sommato, e complice qualche sconfinamento, a La compromissione non è troppo illecito associare (mutatis mutandis) quella definizione di «tragedia in forma di romanzo» che Moravia assegnò al suo Gli indifferenti.
Di quel romanzo pomiliano ha fornito un ottimo compendio Pasquale Maffeo in un suo saggio: «Gli entusiasmi di un intellettuale di sinistra, scialbati e rimasticati, si dissolvono in uno scacco che è insieme compromissione e disfatta, assuefazione e rovina. Marco Berardi, questo il nome, da quasi comunista che era, eversore di certezze e privilegi, si ritrova acconciato a godere agi borghesi all’ombra di un laticlavio scudocrociato (ha sposato la figlia di un senatore): pigro e sfatto, corroso dagli acidi di una coscienza che si sente deposta».
Quella di Berardi è una “tragedia” perché il dramma che la precede e provoca si “eterna” nell’esistenza del protagonista: ed è perciò «irreversibile» (Agata Manganaro), senza via d’uscita; è una decomposizione che s’arresta a un dato stadio di marcescenza, senza poter giungere a una dissoluzione, senza poter svanire. Come una dannazione, come una condanna sempre presente. A questo continuato morire in vita, Berardi arriva inoltrandosi nel tragitto di una circolarità discendente: depone sé stesso nel punto opposto a quello da cui era partito, e lo fa con la precisione di un giro di compasso, ma a ribasso. In questo cerchio che si chiude sta la perfezione del suo fallimento.
Berardi è insomma un «relitto» (Ferdinando Castelli), una specie di res nullius. Ha scritto Ermanno Paccagnini, con una sintesi mirabile: «La compromissione a mio avviso è infatti molto di più: è un romanzo “della dismissione”, che nel suo farsi diviene gradualmente romanzo di una “abdicazione”, sino a farsi “romanzo di disappartenenze”. Disappartenenza agli amici, ma pure anche agli altri in generale; alla fidanzata e poi moglie Amelia; ma soprattutto a se stesso».
Nulla di più vero, di più esatto, di più verificabile alla prova diretta del testo: Berardi ha «abdicato» alla «disappartenenza» e alla sua compromissione è consustanziale una «dismissione». E il movimento drammatico compiuto dal personaggio è raccontato da Pomilio con una scrittura che ne coglie e sviscera per intero la crisi, e coagula in sé tutta la problematicità del romanzo (Rupolo).
Nell’insieme dell’opera pomiliana, questa criticità, questa problematicità, sono naturalmente varie e variegate, come si evincerebbe anche attraverso una sinora incompiuta disamina testuale che isoli e distingua le componenti di quella “geografia” di nuclei e livelli problematici diffusa nei libri dello scrittore, e che della sua letteratura costituisce per giunta il paesaggio saliente: quello da cui, borgesianamente, più che una cartografia, viene fuori un ritratto; in questo caso non però dell’autore, non cioè dell’uomo, della persona, ma di una fisionomia estetica intesa come “forma” unica.
Sulla scorta di quanto la critica ha sinora rilevato, a voler tentare l’individuazione di un’ipotesi di massima che possa rivelarsi relativamente valevole a contrassegnare una discriminante nel sistema romanzesco pomiliano, si potrebbe dire questo: dalla problematicità pomiliana discende, per i personaggi che ne sono portatori, e che in larga misura ne sono enunciazione, una condizione di interrogazione e di inquietudine, ossia una condizione entro la quale si enuclea la conseguenza della dimensione “conflittuale”.
Ma questa condizione di interrogazione, questa condizione di inquietudine, sono per l’appunto tutte “interne” al personaggio, tutte “verticalizzate” negli anditi complessi e perigliosi della psicologia e della coscienza. Un dato, questo, da leggersi in contiguità alla matrice cattolica dello scrittore, cosa che fa sì che il discorso acquisti ulteriore complessità: Il quinto evangelio, pubblicato, come ha ricordato Gabriele Frasca, nell’anno della morte di Pier Paolo Pasolini, condivide con il postumo Petrolio dell’intellettuale “corsaro” per lo meno un aspetto: l’essere sostanzialmente un “esperimento” di critica al potere in favore della “verità”; e in particolare quello pomiliano è un romanzo tanto antidogmatico da “costituirsi” e “farsi” proprio attraverso una sommatoria pluristilistica e in massima parte fortemente mimetica di sfide “eretiche” al dogmatismo e al pensiero canonico (Vittoriano Esposito), tanto che la certificata logica quadripartita dei Vangeli tradizionali è per l’appunto rimessa in discussione da un “fantasma” aggiuntivo – l’inarrivabile quinto vangelo – che rompe l’ordine di una geometria acquisita e che perciò stesso produce un effetto “eversivo”.
È però possibile istituire una succinta tipologia di casi, in questa direzione, citando appunto quattro protagonisti di altrettanti romanzi pomiliani: il don Giacomo de L’uccello nella cupola, lo stesso Marco Berardi de La compromissione, il Basilio de Il nuovo corso e il Manzoni de Il Natale del 1833.
Ciascuno esiste in funzione del sisma interrogante e problematico di cui gli eventi e i destini narrativi lo rendono sede. La lotta di ognuno si iscrive in un territorio intestino, endogeno, che riporta nell’area conchiusa dell’interiorità gli accadimenti della vita. Con Basilio de Il nuovo corso, per dirne una, si assiste a un impatto (per quanto in parte ingannevole, per il nostro) con l’erompere della libertà in una realtà totalitaria, con tutto quanto che ben presto slitta in un privatissimo confronto con un’esistenza d’improvviso svincolata dall’alienazione e dalla subordinazione, e che però, nelle elaborazioni del personaggio, provoca uno smottamento che dal dramma sfocia direttamente nella tragedia.
Ma si diceva che Il quinto evangelio arriva «dopo dieci anni di silenzio» (Esposito); silenzio – va aggiunto – tutto esteriore, e che inoltre attiene ai romanzi e non alla saggistica, visto che in quegli anni vedono tra gli altri la luce La fortuna del Verga, Dal naturalismo al verismo, La formazione critico-estetica di Pirandello, la raccolta di interventi Contestazioni e la curatela dei saggi di Luigi Capuana Verga e D’Annunzio.
Si direbbe che, in quel periodo, Pomilio abbia in qualche modo voluto ritemprarsi tornando alle origini, ossia indossando nuovamente quei panni di critico con i quali mosse i primi passi non appena terminati gli studi alla Normale di Pisa, e che lo portarono, una decina d’anni dopo, a dare avvio a una ricerca filologica sulla «storia di un’idea» che «parte da Platone e arriva ai romantici» e che, per quanto incompiuta, mostra non effimere attinenze – fu Pomilio stesso a notarlo – con alcuni aspetti de Il quinto evangelio (né si trascuri un altro dato: a Pisa Pomilio ebbe come professore Delio Cantimori, il cui Eretici italiani del Cinquecento potrebbe aver fornito una qualche sollecitazione al cammino che nel corso del tempo condurrà al Quinto evangelio).
L’ipotesi di un buen retiro esclusivamente critico è però ulteriormente smentita dal fatto che, se nel decennio che intercorre tra il 1965, anno de La compromissione, e il 1975, anno de Il quinto evangelio, non si registra il sorgere di nuovi titoli narrativi a firma dello scrittore abruzzese, pure vero è che, nel 1969, la produzione romanzesca pomiliana conosce un momento di “aggiornamento”, il che accade quando viene licenziato Il cimitero cinese, ove Pomilio raccolse parte di quanto, come narratore, aveva sin lì dato alle stampe: e vale a dire L’uccello nella cupola, Il testimone e Il nuovo corso (che si aggiungono al racconto eponimo, il quale è senza dubbio da annoverarsi tra le prove pomiliane in assoluto più massicce; racconto importantissimo – Il cimitero cinese – anche per il suo ricongiungere – in una stessa sede – il Pomilio poeta e il Pomilio narratore, per via di alcune intersezioni che meriterebbero una trattazione più distesa di quanto ora non sia possibile fare). E per giunta va ricordato che in quel periodo Pomilio era intento a lavorare ai racconti poi raccolti ne Il cane sull’Etna. Frammenti d’una enciclopedia del dissesto, che però saranno “scavalcati” e usciranno tre anni dopo Il quinto evangelio, nel 1978 ; né si può omettere di citare Il quinto evangelista, il dramma che poi confluirà nello stesso Quinto evangelio e che ebbe nel 1974 il Premio Flaiano.
Perciò, se è lecito dedurre un dato da questa fase, sarà opportuno fare tesoro di un’osservazione: in quel decennio, fra le altre cose, e contrariamente a quanto accaduto in precedenza, Pomilio lavora e in vario modo si confronta, latu senso, con l’eterogeneità. E si ha l’impressione che quell’eterogeneità possa non essere completamente estranea, in qualche modo, all’incubazione di quell’altra che sarà posta a fondamento della strutturazione de Il quinto evangelio. A corroborare l’ipotesi contribuisce un segnale verosimilmente meno flebile di quanto a tutta prima sembri: a lampeggiare come una spia è infatti la parola «frammenti» che fa capolino nel sottotitolo del volume Il cane sull’Etna.
Anche per questa ragione si commetterebbe un torto nei riguardi di quella “pausa”, di quel “silenzio” (apparente) laddove ci si limitasse a ritenerlo soltanto per quel che pure con ogni evidenza più vistosamente è: una “sospensione”. E fortunatamente, a delucidare su questo stesso silenzio, ha provveduto Pomilio medesimo in una puntualissima pagina autobiografica dov’era stato invitato, insieme con molti altri, a parlare di sé come autore in terza persona: «Con La compromissione finisce per Pomilio la stagione del cosiddetto romanzo ben fatto: d’ora in poi egli lavorerà all’insegna d’una nuova poetica: l’ideale d’una narrativa sempre ricca di senso, ma variamente eccentrica e sperimentale quanto all’invenzione e alle modalità formali».
Il quale referto costituisce, come poche righe oltre suggerirà lo stesso Pomilio, una descrizione straordinariamente calzante de Il quinto evangelio, «un’opera tipicamente postconciliare dove si manifesta il meglio della sensibilità religiosa dello scrittore e dove il mito secolare d’un quinto vangelo inedito diventa l’emblema di un cristianesimo in ricerca, inquieto e interrogante» (così nell’Autodizionario degli scrittori italiani di Felice Piemontese).
A tutti gli effetti è dunque documentato con un ipse dixit un cambio di rotta che si direbbe pesino radicale, e che in ogni caso segna una cesura fondamentale nell’arco della produzione narrativa pomiliana. E allora, giusto per cercare di scrutare un poco più a fondo gli effetti della soluzione di continuità che sono rifluiti all’interno de Il quinto evangelio, occorre probabilmente osservare (presupponendo non sia stato sinora fatto altrove), che la mutata prospettiva di cui Pomilio stesso riferisce pare riflettersi anche, ne Il quinto evangelio, sulle modalità di emersione di quell’enzima interrogante che ne innerva e pervade costantemente e tuttavia variabilmente la scrittura.
Perché in effetti, sulla base de Il quinto evangelio, sembra si possa affermare, con buon margine di approssimazione, di assistere a un cambiamento cinetico e direzionale dell’interrogazione e dell’inqueitudine pomiliane. Si transita, cioè, dall’“immersione” tipica dei suoi precedenti romanzi all’”inseguimento” restrospettivo e retroattivo, di questo nuovo posto che «il romanzo di Pomilio, è inutile girarci intorno, narra di tante avventure che ruotano attorno al testo che non c’è» (Gabriele Frasca).
In altri termini, l’interrogazione non riguarda soltanto i dubbi e le acquisizioni di cui Peter Bergin (il protagonista, o meglio la voce centrale, il collettore d’insieme de Il quinto evangelio, «il punto di convergenza e il suo elemento catalizzatore», dice Pomilio) dà conto nella lettera che apre il romanzo, ma si volge – e principalmente, sembrerebbe di poter legittimamente sostenere – all’inseguimento di un «mito».
Dallo scavo “verticale” che connota le opere precedenti si passa alla ricerca “orizzontale” di un testo che si tenta di rintracciare nei suoi affioramenti nello spazio diacronico della storia del Cristianesimo: ed è qui necessario evidenziare che – in precedenza, e riguardo la letteratura pomiliana – i concetti di «orizzontalità» e «verticalità» sono stati rilevati da Agata Manganaro.
Non a caso Pomilio ha parlato di una «mèta mobile», e una meta mobile, per spostarsi, abbisogna di un piano essenzialmente orizzontale. L’inseguimento avviene lungo una pista invisibile che si distende e perde indietro nel tempo, e sulle corsie del tempo. Come dire: se davvero ogni mutazione precede e produce una «mutazione» (McLuhan), si passa, per dirla un po’ alla grossa, dal “singolare” dei pozzi della coscienza individuale allo spalancarsi di quegli stessi pozzi verso quel “plurale” che Carmine Di Biase ha giustamente ribattezzato come «l’assoluto nella storia»; e in questo quadro trova una anche collocazione l’«epos cristiano» di cui ha parlato Pasquale Maffeo.
Ne Il quinto evangelio la ricerca (non solamente filologica) è motivata e incalzata dalla congettura di una presenza sfuggente e carsica, da un problema che investe chi si determina a esserne indagatore, e che ne è sollecitato e frastornato, al di là di quella esclusività problematicamente individuale (e per giunta squisitamente, sebbene non limitatamente, individuale) che caratterizza il cammino letterario pomiliano pre Quinto evangelio.
Un cambio di prospettiva, d’altro canto, non esclude, e anzi implica ed esige, un’individualità che lo percepisca: ma la implica ed esige sulla scia di uno “sfondamento” di visione che si immette nelle ragioni di un’ottica modificata, di una percezione differente, e nel segno di un punto di fuga inedito, e dove la “fuga” è anche quella di un testo che esiste sul fondamento presuntivo e incerto di una possibilità “altra”. Ed è pertanto assecondando questa proposta di lettura che appare plausibile vedere all’origine della dinamica sostanziale de Il quinto evangelio questa sorta di rotazione dell’asse interrogante (che non cassa e tanto meno esclude l’altro, e che piuttosto lo integra ed espande).
Non rinuncia però a farsi strada un’ipotesi aggiuntiva, un addentellato che a suo modo avanza sottoforma di proposta, quasi a voler promuovere una riflessione ulteriore, e con una specie di insinuazione: e parrebbe accennare, questa insinuazione, a un diverso rapporto fra due date, il ’65 della Compromissione e il ’75 dell’Evangelio, imparentate più strettamente di quanto paia, e persino ben oltre le utilità cronologiche e le evidenze bibliografiche.
E per assecondare questo sussurro, questa sollecitazione che volta a volta che la si soppesa risuona sempre meno implausibile, e cioè sempre più degna di verifica, occorre rifarsi a tre parole: La verità, la ricerca e la consegna; che fanno appunto da titolo al portentoso saggio di postfazione che Gabriele Frasca ha firmato per un’edizione de Il quinto evangelio. Si tratta d’un saggio davvero poderoso e ponderoso, e d’una così ampia portata da imporsi – da subito e per quello che innanzi potrà dirsene – quale punto di riferimento imprescindibile tra le analisi critiche riferite a Pomilio.
La tesi di fondo di Frasca, così come il critico l’ha esplicitata in modo condensato altrove, è questa: «La verità per Pomilio può avvenire soltanto se c’è una consegna. Ma consegnare una verità significa inevitabilmente affidarla al tradimento. Ogni volta che si consegna un’informazione, quale che sia, questa informazione si adultera. È la questione che Pomilio pone [nel Quinto evangelio] ed è di una lungimiranza straordinaria. Ogni generazione ha la sensazione che la verità che consegna alla successiva viene tradita nel momento stesso in cui viene accettata».
Non si fatica a ravvisare nella disamina di Frasca un vero e proprio distillato, estremo e densissimo, di quel che si può dire del Quinto evangelio. E appunto perché Frasca segnala come inevitabile, in Pomilio, quel nesso tra l’input della «consegna» e l’output dell’«adulterazione», sembra necessario annotare, a margine, che per conseguenza sussiste un nesso altrettanto stringente – ferma rimanendo l’area del discorso in questione – tra la “consegna” e la “compromissione”: e questo poiché – sic rebus stantibus – la “consegna” comporta e rende per di più ineluttabile il “compromettersi” di un’informazione con l’inevitabile effetto (collaterale e al tempo stesso fisiologico) dell’“adulterazione”.
La “dazione” comporta cioè una “deformazione”, il “compromesso” di una variazione. La constatazione indica come, stante questa combinazione, la parola “compromissione” improvvisamente divampi in tutta la sua rinnovata centralità nell’ambito della narrativa pomiliana. Tanto da candidarsi a esserne il baricentro, l’asse portante e cangiante che muta al mutare delle opzioni adottate dallo scrittore, ma proprio in virtù di questo sempre presente nella sua opera. Può aggiungersi che, in una simile direzione, il vero protagonista del romanzo, più che «il libro stesso», come disse Pomilio, sembra essere il “silenzio”, lo “spazio” tra un testo e l’altro, tra una vicenda e l’altra, tra una voce e l’altra: il “vuoto” inquisito e inquirente in cui subito precipitano, senza mai colmarlo, i “pieni” che la storia in parte viene dispensando e le congetture con cui si tenta di collegarli.
Con Il quinto evangelio Pomilio formula una grandiosa teoria dell’intravisto (parola utilizzata da Pomilio stesso, “intravisto”), la cui consistenza multidirezionale esula rapidamente dalle circoscrizioni fabulatorie per addentrarsi in ben altre oltranze; fra di esse quella straordinariamente attuale che può addirittura spingere a riflettere su come la comunicazione, la trasmissione delle informazioni, sia in ogni caso gracile, deperibile, e come il discorso possa applicarsi non solo a vicende di grande rilievo o di portata storica, ma anche alle declinazioni biografiche più minute, che pure radunano o possono radunare informazioni diversamente orientabili e deperibili, e insomma dati sofisticabili, anche in linea preterintenzionale, circa la vita di chiunque. Il che può ripercuotersi sul senso stesso della memoria e addirittura sulle forme della giustizia. Terrena, chioserebbe con ogni probabilità, e con tutta la speranza della sua ansia e della sua inquietudine religiosa, Mario Pomilio.
Convegno online su vibrisse.wordpress.com (16-30 ottobre 2015) a cura di Demetrio Paolin