di Tommaso Ottonieri
[Una versione leggermente diversa di questo scritto è apparsa in La scatola a sorpresa. Studi e poesie per Maria Antonietta Grignani, a c. di G. Mattarucco et al., Firenze, Cesati, 2016]
In un paio di occasioni, non troppo tempo fa, m’era occorso di addentrarmi, per l’onda di certi domestici ritrovamenti (semi-miracolose riemersioni di cartelle e fogli sparsi, in doppia copia o in fotocopia, ultime seppur riprodotte tracce d’una scrittura nel luogo proprio, in cui era potuta lievitare), nel palpitante intrico dei laboratori di mio padre, specie di quelli meno finalizzati a progetti che avessero trovato infine compimento; ne era risultata, quasi mesmerica, una sorta, potrei dire, di impreveduta avventura fantasticamente-filologica, voglio dire al quadrato (per riflettere qui una celebre espressione che, a caratterizzare il suo metodo e la sua opera, aveva coniato, a suo t empo, Pietro Gibellini).
Da quelle brevi, ma per me tanto intense – e inevitabilmente – incursioni, emergeva a risalto uno scrittore in parte imprevisto (imprevisto, cioè, solo per chi senza saperne si fosse arrestato all’etichetta incrostatasi attorno al suo nome); un Mario meno conosciuto, ma affatto spinale: quello “emblematista” cioè meglio, forse, di emblemi il contemplatore – emblemi da disserr are e che pur e si ostinano a racchiudere, come un’ostrica, la compattezza irriducibile del loro pulsante mistero, in bilico fra spirale della rivelazione e la v ertigine del non-senso.
È questa insomma la ragione supernamente “metafisica” (al modo che fu dei lirici secentisti), la quale avvolge come un tenue-invisibile, persistente diaframma la musica mentale della sua scrittura, tutta vibrante, sempre, nei più abissali chiaroscuri dell’evidenza (e cioè della indiscernibilità, che dal cuore stesso dell’evidenza, in quella musica si irradia). Come nelle pagine – per le quali sarebbe difficile, in tutta onestà rifarsi a una qualifica altra dal sublime (un sublime ‘da camera’, nel caso) – del Racconto interrotto ossia (fu poi questo il titolo, non da lui scelto) di Una lapide in via del Babuino, già pubblicato in rivista nell’83; (dove: «Chi avesse voluto studiarsi qualcuna delle sue pagine manoscritte, vi avrebbe riconosciuto, dai pentimenti, dalle cancellature, dagli indugi intorno a una frase che non si lasciava completare, dai vocaboli annotati sui bordi del foglio a mo’ di segnali e rimasti inutilizzati o utilizzati solo più tardi, la traccia dei suoi lunghi appostamenti per sorprendere la rapida scia di un’idea, delle gallerie scavate per offrire una nicchia semantica al balenio delle sue intuizioni, delle sue sofferte vittorie espressive, dei suoi molti naufragi di fronte alle cose che non si lasciavano scrivere»). – Della Lapide, comunque spezzata (incompiuta): e dei suoi dintorni (in un appunto non datato, ma credo da far risalire allo stesso, destrutturato corpo di fabbrica: «Mi pare che la realtà mi sfugga se non riesco a fissarla in parole. Perciò scrivo per strada, arrestandomi: montagne di appunti che poi non sfrutto. Parole strane, idee subito dopo indecifrabili»).
Di fatto, e a giudicare dalle sue sparse note (dilaganti di taccuino in taccuino, di cui rinvenivo tracce risalenti già ai primi anni ’50), quel che sembra incistarsi nella ricerca di Mario, è una esigenza di definizione di quella «materia allo stato fluido», per cui fin dalla vigilia dell’esordio narrativo (in un appunto, per la cronaca, della fine del ’53: quando ormai l’esperienza in versi, le liriche dei mai più da lui raccolti Emblemi, era prematuramente archiviata), egli con una certa giovanile baldanza si interrogava (lui, già allora incessante invisibile diarista) sulla «differenza tra diario e romanzo»: in alcune righe che – alla luce radente (orizzontale, anarrativa) dei tempi della Lapide, – appaiono stranamente premonitorie, ormai accendendosi di una modernità diversa… Lì, si sottolineava l’eccellenza del romanzo in cui «è già tutta materia finita, assurta a coscienza presso l’autore»: eppure, è alla forma-diario – che Mario allora (non riconoscendo in esso alcuna «evidenza assertiva») qualificava come «un lavoro di scoperta, un esercizio su una realtà ancora in fieri», emersione appunto, in pagina, di quella «materia allo stato fluido, e quindi incomunicante», – è alla metafisica del diario, che Mario darà forma, nella fase estrema e inconclusa del suo lavoro, la più consustanzialmente interrotta…
(A citare dal Cane sull’Etna, che apre vertiginosamente questa fase: «La sua ambizione più forte […] era […] un libro assolutamente non dominato e assolutamente irresponsabile, che catturasse anche le scorie della sua vita mentale senza affatto curarsi di riorganizzarla o reinventarla: un romanzo potenziale, che non narrasse una vicenda, ma fosse un repertorio d’eventi occasionali o, appunto, una der iva d’indizi metaforici»).
Non è più possibile cioè appellarsi a nessuna materia finita: il romanzo cede alla deriva dei suoi embrioni, alla sua cartografia di schegge; per dar luogo ad altra natura del narrare: tanto più sconcertata, per un autore formatosi su una tradizione classico-assertiva: e tanto più decentrandosi, per andare incontro, ma sempre altrove, alla scintilla d’una rivelazione la quale dovrà restare rimandata: «sempre addosso la sensazione d’essere andato a cercare se stesso in paesi sconosciuti: la sua produzione era la metafora d’un continuo espatrio» (è scritto in un altro appunto inedito, risalente a quel periodo).
*
Ora. Le cartografie labirintiche e senza possibile o sia effettivo fine (in entrambe le accezioni del lemma – esito e scopo), caratterizzanti l’iter che avrà esito nell’Interrotto, trovano (trovavano?), di fatto, il loro punto di sapientissimo, e bruciante e sidereo dis/ equilibrio, nel Quinto evangelio, proprio (e vedasi la lunga intervista-documentario a cura di Ugo Ronfani, Una giornata con Mario Pomilio, andata in onda sulla RAI nel ’78, adesso qui: https://youtu.be/trfzy9qTzco : quando Mario annuncia il progetto di quel suo libro da farsi – sicuramente già abbozzato ma che, narrare in sé interrotto, sarà destinato a restare direi programmaticamente inconcluso, – quale un «libro del congedo»: ossia congedo non di lui Mario quale entità biografica, ma quello piuttosto d’un narratore “classico” o che tale s’era creduto, il quale interroga i suoi interdetti, le strade interrotte, i labirinti del non-finito, che si estendono dai taccuini della sua immaginazione come una sconfinata topografia potenziale… una topografia d’Islam, nel verbo della Lapide). – Nessuna materia finita, nell’Evangelio, infatti; solo immateria infinita, cioè infinitamente da non-concludere; paradigma indiziario d’una interminabile rivelazione – le cui luminescenze discontinue ogni volta sembrano dissolversi, ingoiate dalle polveri della storia.
La questione, che ci si pone al cospetto di un lavoro come questo (che è altro dalla pura e semplice fabbrica, il tormento del formarsi soggiacente all’opera, ogni opera, di quel che si offre finito senza dichiarare, se non nelle pieghe, l’incertezza del suo tragitto, il reticolo delle possibilità intraprese e di quelle abortite nel nome d’una finzione o del finire, o della finzione del finire), la questione insomma che vediamo porsi, e in modo tanto più centrale nel Quinto evangelio, è (così a me sembra) quella relativa alla sua identità di testo. O meglio: di cosa, per testo, sia da intendere veramente. Perché nel suo nome si riassume certo il punto fermo d’una ferrea, autorevole, persino inscalfibile oggettività. Ma insieme, la sua semantica rimanda ad una serie pressoché infinita di realizzazioni.
Assai prima di attestarsi in Monumentum; assai prima d’investirsi d’alcuna valenza testamentaria (e contestandola, anzi, nell’intimo del suo processo); assai prima, e sicuramente, poi, assai dopo, un testo, lo sappiamo, è tessuto, è testura; nodo di filigrane impalpabili anche quando a rilievo; risultante d’un intreccio anzi atto, materiale, di quel medesimo intrecciarsi. – Non il velo già fatto dietro il quale sarebbe riposta, tetragona, una ipotesi di verità, o quanto meno di significazione: ma la tessitura stessa, il tramarsi generativo: quello «per cui il testo si fa, si lavora attraverso un intreccio perpetuo» (Barthes ’73).
Se vogliamo, a questo mondo, tutto si tesse e ritesse, e semmai da quel bordo mobile, vuoto, soggiacente al linguaggio e alle sue morti provvisorie (cito ancora, più o meno, da Barthes); tutto riverb(er)ato, rintramato, si tesse ancora per ritornare in testo: oggetto finito e infinita smagliatura; e ogni singola realizzazione testuale (in definitiva, ogni atto espressivo singolarmente preso) non è che variante di un testo anteriormente tessuto, incombente e invisibile, filigrana posta dentro o al di là di ogni discorso: o retroproiettato, forse, dall’altezza di un futuro che geloso lo cela e non gli consente di snidarsi.
Sì che la testuralità del testo, insieme chiude e smaglia, a ciascun giro di telaio, ogni pronunzia o gesto in cui si ri-presenta. Più che darsi opera finita, in questo senso (e mi si passi, qui, l’accezione, per “eretica” che sia, più radicale probabilmente) è testo ciò che si produce – si disfa, si rigenera – per innumerevoli e difformi atti di lettura, e ad ognuno di questi passaggi: quando, assumendo in sé, intiera, la testualità delle testure, traslando lingue (o altre forme) sulla propria voce, nelle proprie cellule, colui che si fa il testimone, provvisorio, di un testo perviene ogni volta a rompere l’unità di esso e così la pur oggettiva quasi plumbea consistenza, mutandola in interrogazione, dialogico snodo (intreccio, appunto, textum) da cui ricominciare: sciogliendo. Perché poi ogni esecuzione traslitterazione interpretazione di un testo presunto originario e per così dire “autorizzato” (ma risultante di per sé d’un processo elaboratissimo e transculturale d’intrecci), costituisce un grado a sé di testualità, che, per transfert, quel testo reinvera, diciamo: ma soprattutto, asimmetrico ad esso, stratifica ed espande: ogni versione, riesecuzione (foss’anche la “semplice” lettura), ogni variante, rientra nella storia di quel testo che ipotizziamo originario, ma insieme se ne discosta; in una dialettica senza fine fra lettera (archetipa e forse ipotetica) e sua ulteriore realizzazione (perlopiù unicamente performativa – lettura, esecuzione, interpretazione insomma – e cioè immediatamente pronta a scomparire).
Un testo, vorrei dire, è ciò che resta ogni volta da ricostituire, ossia reinverare, proprio nella deriva da cui il suo silenzio si sporge nell’atto dell’ in/concludersi (ossia, nella disparizione della voce, dio/autore, che lo aveva tramato proprio per potersene astrarre: staccandone il velo da sé per giungere a oggettivarlo: a costo di farsene sudario…)… un testo, è ciò che attende di ricostituirsi, certo, sul telaio di ciascun singolo atto di lettura: ma non meno, appunto, e giusto qualche terrazzamento più a monte, da quello relativamente più stabile e pur ormai dimissionato tuttavia, silente, di colui che lo aveva rilasciato: di chi, suo emittente e responsabile, non aveva potuto fare a meno di chiuderlo o forse arrestarlo, per affidarlo ai supporti perforati da un ticchettìo di tastiera o ancora (altro serializzante telaio, scavo d’altra mort au travail) al rullo tipografico: ma sapendo l’inanità, l’effettiva impossibilità, del suo atto, così come, di fondo, dell’intero iter di testualizzazione: l’inevitabilità del suo impatto col non-dicibile o forse appunto con l’Impossibile… (che poi è già, nel fondo, un tema – o forse il tema, – portante, abissalmente metafisico, – del Natale del 1833: del manzoniano «Cecidere manus»). – E nullificante impatto, certo, col medesimo Tempo (è anche questa la “malinconia della Storia”, su cui proverbialmente Mario focalizzava; come fosse, diffratto dalla luce di Napoli o più ancora, ormai, da quella degli scorci intorno al Babuino, un riverbero di Barocco).
(Ma certo mi resterebbe allora da dire di quanto, fra i grandi fantasmi novecenteschi, una predilezione particolare e imprevista (più volte dichiarandola oralmente, ma non saprei quanto nella sua pubblicistica) fosse in lui per quello di Borges; (triangolata semmai sul suo Pirandello, e non meno, su Musil); ma non posso che arrestarmi qui: altre le metafisiche del Libro, altre le verità dell’Apocrifo, nell’interrogazione in atto nell’«intreccio perpetuo» del Quinto, nel sempre-riaffiorare della più veridica, autorigenerante Finzione…)
*
Ma, ecco: ormai, per infine (non) concludere… La straordinaria e insieme quasi straniante modernità (sempre avvenire; sempre da compiersi) del Quinto, è anche, mi sembra, nella sua rinunzia a una compattezza di opera, a una definitività di monumentum: la quale si disintegra o meglio si moltiplica – e disseminata, per paradosso si compatta – nell’infinità delle sue singole realizzazioni testurali. È necessaria un’assenza, un’impronta sottratta e silente, per dar luogo al riverberarsi reticolare, dialogante delle voci; al loro intreccio sempre disfatto per sempre ricostituirsi nuovo. «L’idea del quinto Vangelo, del Libro dei Libri o dell’Apocrifo degli Apocrifi che prolunga e reinvera perpetuamente il messaggio, l’idea del libro perpetuamente inseguito e perpetuamente nascosto […] il quale soggiace alle Scritture già note e di continuo ne modifica e ne amplifica il senso, trasformandone le verità in una specie di meta mobile» (così scrisse Mario, in Preistoria di un romanzo), ci pone dunque nella sfera, piuttosto, del testo come testura, sistema instabile il quale (non troppo diversamente dal Manganelli del Nuovo commento, poi – commento a un testo che non c’è perché, riassumeva inossidabile Calvino, questo testo è Dio e l’Universo…) ruota intorno a un primum ipotetico, un testo impossibile, il quale non si dà, non si rivela – testo forse nascosto e comunque mai rivelabile del tutto, proprio perché la voce multiversa, e intramante, del Dio… E che solo consiste, nel fondo, delle sue innumerevoli e discontinue incarnazioni, enunciate nei sovrapposti reticoli del tempo da serie di testimoni (di carne, di carta) al modo delle voci di tanti uomini-libro, per citare da un romanzo (di Bradbury naturalmente) che venne assai amato da Mario (che non ne scrisse, mi pare; ma di cui nel Quinto – e assai prima, diversamente, nel Nuovo corso – vi sono innegabili tracce). Un testo, tessuto, che solamente si rigenera (al modo del «ramo verde», che di quel libro – il romanzo non meno che dell’evangelio che ne è l’oggetto, – è la più autentica insegna).
Secondo il senso inverante e impossibile, che l’orma di Mario c’induce a inseguire (immancabilmente fallendolo): ciò che è testo (la meta mobile stessa, che nel nome di testo si spalanca) rivela una radicale natura performativa non meno che ritesturalizzante; se un testo è assente, se esso sfugge alla presa, alla definizione, se può trasmettersi solo vivendolo/ritessendolo ogni volta di nuovo, ogni volta ex-novo, risalendo il tragitto verso un’origine (una Lettera) che è ormai e da sempre scomparsa, e che solo riaffiorerà dai suoi nuovi e lontanissimi riverberi, dall’affiorare delle sue filigrane, ciò è perché (se veramente è Testo) esso è insaturabile, si realizza (nel reintrecciarsi – nel rintracciarsi – si performa) senza limite, la sua metafisica è la sua stessa immanenza. Solo appartiene all’aperto. E quel che rivela è l’insondabilità del suo intreccio perpetuo, il getto sempre-nuovo del suo vivente segreto.
Convegno online su vibrisse.wordpress.com (16-30 ottobre 2015) a cura di Demetrio Paolin