di Mario De Santis
Il quinto evangelio di Mario Pomilio, letto oggi, spiazza ancora di più rispetto a quando è uscito. Sottoposto a differenti inattualità, tanto da farne una sorta di libro a suo modo distopico, nel senso che è come un monolite capitato in un’epoca sbagliata. Provo a ragionare su questi due punti parlando di ciò che sta fuori dalla soglia del testo e dentro esso. La casa editrice L’Orma lo recupera dall’oblio editoriale e da un’epoca storica entro la quale era così ben collocato – il 1975 della pubblicazione, la discussione post-conciliare, il movimento cattolico che si confrontava con le istanze sociali eccetera. Da un lato lo colloca nelle stesse librerie dove hanno successo romanzi che agitano spettri di un cristianesimo medioevale, ombroso e templare, ritenuto ancora capace di influire sul nostro mondo – ecco i successi di Dan Brown su tutti o in Italia di Carrisi – un cristianesimo che sembra tuttavia più una maschera da videogame che un’entità reale.
È curiosa la coincidenza tra il narrato letterario e la vicenda editoriale, con le debite proporzioni: un libro scomparso, che riemerge, è questo il tratto che unisce il plot del romanzo e la sua disavventura culturale. Il romanzo in sé ebbe successo, con diverse edizioni, e poi fu inghiottito dall’oblio, non assoluto, negli anni dopo il 1980, ma di fatto non era più ristampato e dunque reale. Riappare oggi, in una società italiana ampiamente secolarizzata che non frequenta, se non una minoranza, le chiese e ancora meno la diretta parola di Dio, i libri evangelici, la Bibbia. E in un paese di non lettori, in un paese di cattolici di facciata e certo non frequentatori delle Scritture, che senso ha riproporre un libro come quello di Pomilio? Se il contesto in qualche modo può legarsi a un libro e illuminarne una parte del senso, c’è da dire tuttavia che l’inattualità di Pomilio rispetto all’uditorio del pubblico italiano si ribalta in kairos: arriva al momento giusto, se pensato nella coincidenza del mutamento indotto dall’istanza pauperista, di apertura, che il Papato di Francesco sta facendo emergere. Il contenuto del Quinto evangelio ridiventa ancora una volta attuale – di fronte a una Chiesa curiale, politica, conservatrice e al tempo stesso fortemente compromessa con il secolo, dal punto di vista economico e politico, come era stata e in parte è quella che dominava la scena fino all’elezione di Bergoglio. Cosa lega il destino di un romanzo come Il quinto evangelio? La questione della fede nella parola letteraria collegata alla presenza sociale della fede cattolica, da quegli anni in poi. Qui si si può provare a sovrapporre “il cattolico medio italiano” al “lettore medio italiano”.
Nella sua finzione narrativa, Pomilio racconta di un testo che viene “prima” ovvero l’evangelio (il quinto) che – immagina l’autore – pur circolando tra minoranze di gruppi che paiono detenerne una copia reale, preoccupa molti interlocutori per la sua capacità e possibilità di irradiazione eretica – come se un libro fosse in ogni caso un virus. In qualche modo testimoniava di una fiducia ancora presente all’epoca in cui fu scritto e pubblicato (fine anni ʼ70 e inizio anni ʼ80): ovvero, la capacità di un testo letterario di incidere sulla realtà. Oggi la secolarizzazione della società italiana rispetto al cattolicesimo non è così forte come la “secolarizzazione” dell’opinione pubblica italiana rispetto alla letteratura, alle possibilità di un libro, di un’opera in genere, di incidere realmente nel contesto del dibattito, etico o politico, sociale – se c’è un dibattito. Lo stesso per la militanza e la discussione sull’essere cattolici, oggi. Riguarda (starei per dire, accostando i due mondi, editoriale e cattolico) gli addetti ai lavori, persone che credono e vedono nella fede una radice e un valore attivo, ma tutt’al più può orientare una discussione interna a una élite molto limitata. Come l’élite letteraria, gli addetti ai lavori, limitata soprattutto nel suo potere di persuasione nei confronti dell’altra élite che tuttavia detiene il potere, ovvero quella politica.
Un altro parallelo vorrei arbitrariamente fare, come ipotesi di discussione, tra il pubblico dei lettori e la società cattolica italiana. Il Concilio Vaticano II decise dopo secoli di autorizzare la celebrazione della messa in lingua italiana, ma questo, come tante altre cose, a dire il vero, non ha fermato il declino della partecipazione alla messa e alle attività pastorali. Un destino parallelo ha la vicenda della diffusione del libro in Italia. Proprio l’esplosione della scolarizzazione di massa è avvenuta guarda caso a cavallo di quegli anni di Concilio e con figure cattoliche in primo piano, come Don Milani. È stata però una stagione irripetibile, è durata un arco storico limitato e oggi la forbice tra coloro che sanno leggere e hanno un titolo di studio e la percentuale di lettori reali è ampia più che in passato – se oggi il 40% dei dirigenti non legge, se il 65% dei non lettori ha comunque un titolo di scuola o addirittura di laurea. In questo contesto allora è singolare e spiazzante leggere di un libro in cui il motore leggendario che affanna i suoi partecipanti, attraverso la testimonianza di lettere e diari, è un libro e non solo un libro, ma un testo che contiene la “vera verità” del messaggio di Cristo.
Costruito con un mosaico di citazioni reali – principalmente dal Vangelo apocrifo di Tommaso – Il quinto evangelio ha la stessa voce per tutto il libro ed è quella del suo attante principale, che ne inizia la concatenazione: Peter Bergin che individua in questo testo un potere, legato al “versante della speranza, la Parola che si rinnova, la verità in espansione”. Ancora una volta si incastra la doxa della parola del Vangelo – e in un sottotesto di quella di un romanzo come Il quinto evangelio – con la capacità effettiva di ricezione di una società, di un pubblico (penso a quello italiano, ma forse Pomilio oggi avrebbe più fortuna in Germania, chissà) che è risultato essere in questi ultimi 40 anni, più sensibile all’oralità televisiva. La medesima fiducia di Peter Bergin animava Pomilio sia sul versante letterario che su quello religioso. Nove anni prima di quel 1975 fatale per lui – ma che pure fu l’anno della prima grande avanzata delle sinistre in Italia che raggiunsero la maggioranza assoluta dei voti se sommati – Pasolini, sulla scia delle indicazioni conciliari, realizza il suo Vangelo e può usare alla lettera quello di Matteo tradotto dalla CEI.
Gabriele Frasca nella postfazione individua relazioni stilistiche e di ricerca simili a quelle di Pomilio nella costruzione di un romanzo para-filologico – nei libri di quegli anni come quelli di Borges, Nabokov, Burgess – oppure la sperimentazione linguistica di Horcynus Orca di D’Arrigo. Grandi libri che sono rimasti, mentre invece dopo il 1980, del Quinto evangelio si perdono le tracce. Un bel romanzo da Misteri del bibliotecario oscuro del Vaticano, uno di quei bei romanzi a sfondo giallo-religioso, ci vedrebbe una ragione segreta in qualche trama di alti prelati della Chiesa neoconservatrice che si rafforzava sotto Wojtyła, eletto da un paio di anni. Più laicamente l’ipotesi che mi piace seguire è un’altra: nel frattempo era comparso sulla scena, proprio nel 1980, un testo che la scena del libro italiano la cambiò: Il nome della rosa di Umberto Eco. Fu un successo clamoroso, in cui la raffinata esegesi della cultura medioevale che c’era dietro era per pochi cultori, ai più arrivava – per esplicita volontà dell’autore – la trama in cui si scontravano entità positive e negative, sempre dentro la Chiesa medioevale. Ed era uno scontro che riguardava proprio – guarda caso – un libro scomparso, che al pari del quinto evangelio, se fosse stato diffuso – e forse fu, secondo la fiction di Eco, volontariamente inabissato – avrebbe cambiato le sorti della cultura mondiale: il libro come è noto è il secondo libro della Poetica di Aristotele, in cui si parla del riso, del comico e del piacere.
Nella Postilla del 1983 Eco parlava non solo del divertimento come cosa accettabilissima eticamente – rispetto alle seriosità politicizzate del decennio ʼ70 era un messaggio chiaro e forte (scrive il Professore: “Divertire non significa di-vertere, distogliere dai problemi”, ma “il romanzo moderno ha cercato di deprimere il divertimento della trama”). Era lo stesso anno in cui Antonio Ricci inaugurava Drive In con Mediaset, con lo stesso gusto sperimentale di mescolare alto e basso (mentre il libro di Pomilio, certo non divertente, si inabissava) e Eco scrive ancora: “Credo che sarà possibile trovare elementi di rottura e contestazione in opere che apparentemente si prestano ad un facile consumo, ed accorgersi al contrario che certe opere, che appaiono come provocatorie e fanno ancora saltare sulla sedia il pubblico, non contestano nulla…”.
Erano gli anni di un passaggio al valore della narrativa come verità e che oggi porta all’enfasi dello storytelling anche per esporre piatti in tavola. La ricerca filosofica sulla testualità molto forte in quella metà degli anni ʼ70 non metteva in primo piano la funzione letteraria – semmai i testi letterari erano “convocati” dice ancora Frasca, come esponenti di una letteratura problematica (Lacan, Foucault, Deleuze, Kafka, Joyce, Beckett ecc) e al tempo stesso si affermava una letteratura come intrattenimento, magari intelligente e colto – sarebbe stato il caso di Eco. Pomilio, insieme forse al Pasolini della Divina Mimesi e di Petrolio, credeva ancora nel potere dirompente della parola che si fa speranza di cambiamento al punto tale di non voler scendere a compromessi tanto da inseguire la verità della parola prima della sua bellezza e prima ancora della realtà stessa. Una funzione-Bibbia della letteratura che lo stesso Pomilio aveva definito così, in uno scritto (La Bibbia come letteratura) in cui sottolineava la possibilità di una scelta estetica ed etica insieme: per parlare secondo verità, l’autore optava per una parola “non abbellita ma intensificata”.
Torna la questione della lingua (ancora una volta, alla cultura letteraria e quella conciliare si stavano ponendo gli stessi problemi) e nel libro di Pomilio non è questione secondaria: tutti i testi citati, a partire da quello di Bergin, se assumiamo la realtà storica citata come vera, dovrebbero appartenere a diverse lingue e chi scrive anche a diverse epoche. Dunque il Narratore che ha fatto? Ha tradotto tutto in italiano, come del resto i vari libri della Bibbia – tradotti in un’unica lingua comprensibile (lo fece Lutero e lo fece ufficialmente solo in quegli anni la CEI dopo il Concilio, benché ci fossero per Marietti e Mondadori già diverse edizioni in italiano e ovviamente nel corso dei secoli traduzioni in italiano ma non ufficiali).
L’autore del Quinto evangelio è insomma un traduttore di un originale che non c’è – e lo scrive in realtà Mario Pomilio direttamente in italiano – come del resto non c’è il quinto vangelo per davvero. Pomilio aveva un’aspirazione dichiarata: come “con i vangeli la narrativa entra nella storia come narrazione in forme realistiche della vita di un uomo” così, scrive Pomilio, il romanzo deve avere “una medesima spinta narrativa”. Fede, fiducia nella parola. Fiducia nell’uditorio del poeta.
Invece nel giro di pochi anni tutto cambiò così rapidamente da fare scomparire il suo libro dagli scaffali, nonostante buone vendite ed editori forti. Insomma Il quinto evangelio sfiora in mondo paradossale la ragione che stava mutando proprio il destino di libri difficili, come quello di Pomilio: ovvero la questione della centralità, nella diffusione della parola, del lettore. Il lettore diventa acquirente, cliente. Come osserva giustamente Frasca, Peter Bergin e tuti quelli che nel romanzo scrivono di questo libro ne sono innanzitutto lettori. Tralascio l’altro piano di lettura, quello teologico, con la “corrente paolina” che scorre nel libro (non ne ho competenze neppure superficiali), ma si può sottolineare che l’apostolato fu questo: esperienza di far risuonare la parola di Dio come dei portatori-traduttori e anche il fatto che San Paolo affida alle epistole (il romanzo di Pomilio è epistolare). Quello che vorrei è sottolineare un possibile paradosso: il senso della ricerca di Pomilio che si poggiava in quegli anni di fervore e militanza proprio sulla fiducia nella diffusione della Parola rapidamente dimenticata proprio perché si diffonde, si allarga una presa di parole a grandi masse di lettori. Nel suo libro di fronte a un silenzio di Dio o all’errata lettura di un Vangelo da parte della Chiesa ufficiale, sono i credenti che devono compiere il Vangelo che si sta scrivendo. Dio è silente, ha delegato tutto alla sua parola scritta. Dunque sono i credenti a essere autori-traduttori di quella parola che è data. La libertà si compie proprio nel momento in cui la voce dei credenti pronuncia e fa sua la parola delle Scritture. Era quel che stava accadendo alla cultura in quegli anni: l’alfabetizzazione di massa, la scolarizzazione più avanzata in alcune società occidentali, più in ritardo in altre come la nostra, aveva dato a tutti la possibilità di scegliere, sapere, di leggere e di scrivere anche, facendosi interpreti o autori, diventando soggetti in ogni caso consumatori-produttori di cultura, per lo meno: la cultura come veniva consegnata alla scuola italiana da secoli di élite. Anche il Concilio libererà la parola di Cristo, la farà sentire più viva e vera.
Il libro di Pomilio certo è un passo oltre, è l’invenzione di una plausibile “diversa parola” di Cristo, diversa versione, più autentica e rintracciabile in altri testi esclusi o smarriti, nella consapevolezza che qualcosa è andato storto della storia umana, se Dio ha potuto permettere guerre e stermini (Bergin parla dal dopoguerra). L’Europa della shoah era un’Europa cristiana. Il ritrovamento in quegli anni del manoscritto Nag Hammadi, il Vangelo di Tommaso, trascinava con sé un’esigenza: quella di riaffermare una verità più vera e diretta di ciò che Cristo diceva e intendeva. Tralascio anche qui le tante questioni che apre il romanzo, ma ne scelgo una funzionale al discorso: dei tanti “detti” riportati nel quinto vangelo, citati dai vari personaggi nelle loro lettere, molti sono tratti da vangeli apocrifi o da altri scritti degli apostoli.
Una sola è di mano dello stesso Pomilio e pone, in quegli anni una questione radicale: la frase che Pomilio scrive attribuendola a Cristo è detta in croce: “Padre, li ho salvato tutti”. “Nessuno andrà senza perdono”, ovvero: la verità vera della parola di Cristo quella che i lettori-credenti dovrebbero far risuonare nel silenzio di Dio e nel tradimento della Chiesa è la più radicale di tutte, fino quasi all’intollerabile. Saranno salvati tutti, anche quelli che hanno perpetrato l’orrore della Shoah. Non entriamo nella portata rivoluzionaria di questa affermazione, che coinvolge cattolici dopo la scoperta delle camere a gas – e non solo i cattolici ovviamente. Facciamone una lettura relativa. Il senso è: non ci sono cristiani eletti e migliori, tutti hanno diritto a ricevere la parola e a salvarsi. La parola della salvezza passa ai salvati, a coloro che sono da salvare. La parola tradotta dei vangeli, la parola della cultura, consegnata a chi altrimenti sarebbe stato escluso.
Ecco è qui in conclusione che io vedo un imprevisto e un paradosso, almeno sul piano di questo doppio binario metaforico su cui ho messo libri e fede. Salvezza e sapere, parola di Cristo e letteratura, a tutti viene data la possibilità di udirle, farle proprie, ma l’uditorio, certo già con segnali premonitori, in quei primi anni ʼ80 semplicemente, le rifiuta. Semplicemente, nel giro di alcuni anni ne rifiuta la possibilità, tradisce e si dedica (i denari c’entrano sempre) a una parola-letta come piacere e ironia (apice fu in libreria Eco) o a nessuna parola scritta, e invece a quella di massa dell’oralità, soprattutto televisiva, “dissacrante” e ironica (apici furono in Tv Grillo, “Drive in”). Tradisce la fiducia, tradisce l’affidamento. Nasce la grande editoria commerciale, da un lato come evoluzione naturale del mercato, ma nasce anche perché l’aspirazione e i desideri dei fruitori di parole sono cambiati. Vige il diritto di tutti di prendere la parola, di leggere il libro che eventualmente preferiscono o di non leggere – sempre più, che pure ne avevano ora la possibilità. Pomilio non poteva che accettare le conseguenze dell’inabissamento del suo libro, delle indifferenze del pubblico delle generazioni successive, tanto quanto del Dio, per le quali per certi aspetti è stato scritto – e consegnato a un tradimento e ribaltamento, appunto, venuto per salvare, è stato ucciso e gli è stato preferito Barabba – o Eco.
Convegno online su vibrisse.wordpress.com (16-30 ottobre 2015) a cura di Demetrio Paolin