La presenza del Dio assente

Mario Pomilio e una nuova edizione di “Quinto evangelio”
Di Domenico Calcaterra
In “L’indice – I libri del mese”, maggio 2016

Era già contenuto tutto, in nuce, nel poeta degli Emblemi (1949-1951), il destino del Pomilio romanziere: proprio in quei “dolci emblemi / veri”, nel montare in suono del segno, nel tradurre in esauribile ricerca il discorso della (e sulla) letteratura. Di come fosse inscindibilmente connaturata alla dimensione dell’esperienza umana il tendere comunque verso un seppur fragile e lampeggiante nucleo di verità; proteso all’ansiosa ricerca di quei “miti” che la rendessero immune dai pericoli di una “storicizzazione totale” (come ebbe modo di scrivere in una lettera indirizzata all’amico Fortunato Pasqualino). A tradire, da subito, la radicalità del suo scrivere, scoperto affondo che non può che mirare alle cose grandi, l’optare per una letteratura “intrinsecamente cristiana” e che abbia come baricentro la riscoperta di un più genuino umanesimo (si rammenti la critica, poi confluita in Scritti cristiani, alla narrativa degli anni settanta, che questa centralità eludeva, ponendosi non più al centro dell’uomo, della realtà, “ma al limite”). Ma rimaniamo ancora alla precoce stagione degli Emblemi, a certi suoi “appunti per una poetica (cui fa riferimento in una lettera del 1956 a Giovanni Cristini), per toccare l’ossatura del discorso sull’opera tout court di Mario Pomilio, laddove precisava che l’immagine lirica ha duplice natura: si tratta, ogni volta, di inseguire un “significato di pensiero” attraverso una realtà concreta; come a dire che la poesia, e in generale l’arte, la letteratura, per l’autore del Natale del 1833 si dipana come “realtà di pensiero”, continua perorazione.
Facile dedurne che l’espressione letteraria più compiuta di una simile convinzione rimanga Il quinto evangelio (1975), non a caso recentemente riproposto, per celebrare il venticinquesimo della morte dello scrittore abruzzese, da L’Orma Editore (Roma 2015, nella collana diretta da Andrea Cortellessa, pp. 493, € 26).
La responsabilità di ridare nuova vita al romanzo senza dubbio più importante di Pomilio la si coglie subito nell’ampio corredo di testi che l’accompagnano: dalla Nota archivistica (Come lavora Mario Pomilio) di Wanda Santini che, tra avantesto e contesto, attraverso l’esplorazione del “dossier quintoevangelico”, illumina genesi e modus operandi dello scrittore, mettendone a fuoco il manzonismo; al lucidissimo saggio conclusivo di Gabriele Frasca (La verità, la ricerca e la consegna), nel quale, con il chiaro intento di rilanciarlo come autore del canone, cerca di storicizzarlo ponendolonel solco del modernismo italiano insieme a Gadda e D’Arrigo, tutti e tre disposti sull’asse d’un ripensamento di quella linea narrativa che da Manzoni giunge fino a Verga. Ancora, in Appendice, tre scritti di Pomilio che aiutano a meglio contestualizzare il romanzo: dall’indispensabile Preistoria d’un romanzo, al saggio dedicato alle varianti testuali del capitolo finale, Il quinto evangelista, per chiudere con una riflessione sul vento di rinnovamento portato dal Concilio Vaticano II.
Ma che romanzo è Il quinto evangelio di Mario Pomilio? La vicenda esemplare di Peter Bergin, soldato americano che nel 1945, in una canonica bombardata di Colonia, casualmente rinviene, tra le carte del prete, dei materiali che rimandano a un presunto quinto evangelo (apocrifo o autentico?), inducendolo (da agnostico) a dare avvio all’avventura (cui dedicherà l’intera esistenza) di raccoglierne ogni testimonianza, a rileggerla oggi, a distanza di quarant’anni, mantiene intatta la sua carica paradigmatica d’inesausto moto di ricerca, reazione alla silenziosa “presenza del Dio assente”. Siamo all’interminata perorazione vivificata dal dubbio cui si faceva riferimento in apertura, e che qui trasborda dall’esordiale problema della sofferta coscienza insidiata dal tarlo morale di L’uccello nella cupola (1954) al maturo approdo del pieno romanzo della radiosa speranza postconciliare. A ultimare un’ideale trilogia, seguirà poi l’ulteriore arrovellarsi circa il problema del male e del dolore nella vita, l’incaponirsi nel pervicace inseguimento d’una risposta tuttavia senza uscire dalla fede (tematica pomiliana per eccellenza), con Il Natale del 1833 (1983), esito senz’altro più amaro (si rammenti il “cecidere manus” manzoniano).
Pomilio colloca qui, al centro della sua meditazione, quella “tensione verso l’apocrifo” che si palesa nei momenti di svolta: dal tragico fondale da cui prende avvio il racconto – il tema (civile) dell’uscita dalla guerra che aveva peraltro già affrontato di petto, con la storia d’un amore tra un italiano e una giovane tedesca inibito dal risentimento, in Il cimitero cinese (1969), simbolicamente dedicato al cugino Karl-Heinz Ilting – al clima di rinnovamento dell’età postconciliare, degli anni in cui venne concependo e scrivendo il suo romanzo. Dinanzi alla “brulicante violenza della storia” i Vangeli si traducono in spinta oppositiva, riprendono a essere parola antagonista, risorgente “utopia del possibile”.
E come non pensare, di passaggio – perfetto apocrifo postmoderno che bene potrebbe stare nel catalogo della letteratura sull’argomento qui realizzato da Pomilio –, a Ritorno (Sellerio, 2003), la favola teatrale in tre giorni di Michele Perriera, nella quale il drammaturgo palermitano crea il mito di un Dio oramai reso impotente e sconfitto, schiacciato dal dilagare del Male, che viene convinto, infine, a fare ritorno sulla terra, reincarnandosi come feticcio di una visionaria (e diciamo pure sentimentale) utopia. A cosa, in definitiva, somiglia Il quinto evangelio se non alla riscrittura di un mito necessario e dal valore polisemico? Eresia, favola, immagine poetica, metafora d’una tensione inesauribile – e Bergin-Pomilio si prova a ricostruirne la storia, a immaginarne la letteratura che intorno ne sarebbe potuta fiorire –, detection imperniata su un’irrisolta ambiguità di fondo, tra ricerca di un testo misconosciuto e modo altro di leggere gli stessi vangeli canonici (che il quinto evangelio sia “invenzione dei poeti”?), peraltro arpeggiata insistendo non poco sul basso continuo della “delega della Parola” e d’un sempre agognato “supplemento di rivelazione”, scrivendo il suo libro più ambizioso Pomilio mette in romanzo quella “esegesi del possibile” che presuppone l’ausilio dell’immaginazione. Come
farà dire al Quinto Evangelista nella rappresentazione che funge, significativamente, da reperto finale: “Il Cristo non ci ha dettato una verità, ci ha lanciati in un’avventura”: a mettere in campo un modo di stare nella fede che contempli financo la “possibilità del dubbio”; quel “rischio della ricerca” che rimane, beninteso, l’autentico tema del libro (come scrive lo stesso Pomilio in A dieci anni del Vaticano II, testo che non a caso figura in appendice). È anzi il libro – entro un bidirezionale intarsio di senso, nel momento in cui si concretizza in ideale antologia della possibile letteratura generata da quel mito (o meglio della sua germinante carica polisemica) – a coagularsi in correlativo oggettivo di quell’avventura, monumentale emblema per antonomasia di tutta l’opera pomiliana. Che è poi la vera dimensione di crisi vissuta dai suoi personaggi: dal Don Giacomo di L’uccello nella cupola (1954), il giovane sacerdote che vede quasi svuotata di valore la sua funzione di confessore, venuto a conoscenza della torbida storia di Marta (cui fa da contraltare figurale l’immagine, centrale, del rondone intrappolato nella cupola); al Manzoni personaggio del Natale 1833 (1983), in preda all’angoscioso naufragare delle sue certezze cristiane entro un gorgo senza soluzione: il rovello del male, del dolore nella vita dell’uomo (il complesso di Giobbe). Superfluo ricordare che, con Il quinto evangelio, lo spazio della crisi si sublima invece in positiva oltranza, “in un’età qual è la nostra, nella quale è diminuita la vicinanza alle Scritture e troppo attenti ci facciamo alle voci dei filosofi, quasi a soccorrere dei loro dubbi le nostre nitide certezze” (così scrive, facendosi ventriloquo di un non meglio speciicato frate Ruggero in una delle epistole che reca notizia del cosiddetto “manoscritto di Vivario”).
Attraverso i suoi personaggi, Mario Pomilio non ha fatto mai altro che procedere a un ascolto di sé: specchio in cui riflettere una sorta di autobiograico regesto delle proprie inquietudini; abito d’una “voracità morale” (così in un’intervista rilasciata a Carmine Di Biase) che rimane il tratto distintivo e dell’autore e dei suoi protagonisti. A tal proposito non possiamo tacere qui di quella particolare anatomia del personaggio che, a mo’ di confessione, Pomilio mette in atto nel racconto postremo Una lapide in via del Babuino (1991), in cui nel personaggio storico in potenza Girolamo Bonaparte, adombra l’ennesimo e terminale emblema “di quella parte di verità” più interna che, in quanto
scrittore, “non era riuscito a significare”. A oltre venticinque anni dalla sua scomparsa, a rileggerlo colpisce la cocciuta spregiudicatezza con la quale Mario Pomilio si sforzava di ricercare quel “contatto col grande” in cui, come scrisse nell’empatica Lettera a una figlia (poi conlfuita in Scritti cristiani, 1979), risiedeva tutta la forza della sua “pedagogia morale” e, noi aggiungiamo oggi, con lucida cognizione, della sua poesia.

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