Pomilio, lo scrittore della guerra e della luce

Studium pubblica “Il cimitero cinese” e i racconti “Ritorno a Cassino” e “I partigiani”

di Simone Gambacorta, in “La città – Quotidiano della provincia di Teramo”, 24/10/2013

C’è quel film di Gus Van Sant, “Scoprendo Forrester”, dove Sean Connery interpreta la parte di uno scrittore giunto al successo con un solo libro e che poi, per una serie di ragioni personali, si ritira a vita privata deciso a lasciar perdere tutto e tutti. Una specie di auto esilio, una strana espiazione dalle coloriture claustrali che tuttavia non ne appanna di una virgola la fama guadagnata col romanzo “Avalon Landing”, che gli è valso il Premio Pulitzer.
Al di là della trama, la storia dimostra come alle volte, per diventare davvero scrittori, e per guadagnare questo status così inseguito e (oggi) così inflazionato, possa bastare anche un solo libro. Il problema è scriverla, un’opera di questo tipo: vale a dire un’opera che sia capace di durare e di rinnovarsi agli occhi dei lettori, e di proporsi come il frutto di un exploit tutt’altro che fuggevole. Un’opera, insomma, che mostri subito d’essere letteratura, e che in quanto tale non tema preste scadenze. Nulla a che spartire, per capirci, con i boom dei fenomeni di turno, quelli che imbroccano bene una strada e per un certo periodo cavalcano l’onda, salvo poi adagiarsi in una rendita di posizione via via più debole, e inesorabilmente destinata a scemare nella sparizione.
A questo viene da pensare leggendo “Il cimitero cinese” di Mario Pomilio, splendido racconto che dà il titolo a un volume appena pubblicato dalla casa editrice Studium (pp. 120, 12 euro, con introduzione di Fabio Pierangeli) e nel quale, per l’avveduta, scrupolosa curatela di Federico Francucci, compaiono anche “Ritorno a Cassino” e l’inedito “I partigiani”.
Un trittico ben allestito che fa sperare circa la possibilità di tornare a sentir parlare di un narratore di razza, che sin dal 1954, grazie al Premio Marzotto per l’opera prima ottenuto col romanzo di esordio “L’uccello nella cupola”, fece capire di quale pasta fosse fatto, e che poi, con “La compromissione” (Premio Campiello 1965), “Il quinto evangelio” (Premio Napoli 1975) e “Il Natale del 1833” (Premio Strega 1983), almeno per rimanere ai titoli principali, confermò in rilancio una potenza scrittoria dove l’altezza dello stile faceva (e fa) tutt’uno con quella complessità di visione e quella problematicità che ne intridono e connotano le pagine.
Ma se anche Pomilio, al di là dei successi ottenuti in vita, si fosse limitato a licenziare soltanto “Il cimitero cinese”, sarebbe impossibile non considerarlo un grande scrittore. In una società letteraria qual è quella odierna, la grandezza è pressoché sempre mediatica, almeno in Italia: e a conferirla non è più il testo in sé, quanto il semplice fatto di svolgere il lavoro di letterato, di riuscire a vivere di scrittura, a campare con la scrittura. È un problema di rappresentazioni patinate, di divismi, di apparizioni e presenzialismi, di dibattiti da salottino televisivo e altra fuffa. Lo scrittore diventa personaggio e la sua scrittura perde di personalità, di riconoscibilità, secondo un tracciato antipodico a quello che fu di Pomilio e dei tanti ottimi colleghi della sua
generazione (e dintorni).
Pomilio è stato un grande scrittore prima di tutto nei termini della consapevolezza: in virtù, cioè, di quella laboriosa ed elaborata coscienza estetica che lo portava a vedere nella letteratura una modalità di scavo e di ricerca nell’umano. Un umano inteso come latitudine al tempo stesso drammatica e prodigiosa, con i suoi spessori e le sue profondità, tra crisi e criticità, tra dimensione civile e spirituale, tra interrogativi e lacerazioni esistenziali. Una latitudine da disvelare con mondi possibili in cui i personaggi diventano sonde psicologiche, vettori di istanze chiamate a reagire in conflitti e ripiegamenti, anime inquiete, spesso combattute tra la realtà e quel che si trova oltre la realtà, in una tensione morale dove la centralità dell’indagine sull’uomo è ribadita nel transito tra le strutture dell’interiorità.
“Il cimitero cinese”, il primo dei tre racconti che compongono il volume, vede come protagonisti due giovani, un uomo e una donna, lui italiano e lei tedesca, che si conoscono in Belgio e che decidono di concedersi un week-end in Francia. La seconda guerra mondiale è finita da poco, i due si piacciono, in qualche modo sono attratti, ma fra le loro parole e i loro gesti, e soprattutto nei loro silenzi, serpeggia lo spettro di un male visto da vicino, sentito sulla pelle e ancora non cicatrizzato, con la memoria della morte e della distruzione che li soggioga con gli echi della violenza: «Tutti, nessuno escluso, hanno avuto la loro guerra. Come volete che dimentichino? Anche l’odio, come tutto il resto, è stato troppo più grande di noi», recita uno dei passi più intensi, affidato alla voce dell’uomo nel suo ruolo di io narrante.
C’è in effetti questo, di invisibile e al contempo tangibile nel racconto: il gigantismo opprimente di un passato prossimo che non accetta di farsi remoto e che esonda in un presente illividito e stuprato, dove il dolore e la colpa, e la vergogna di appartenere a due popoli “condannati”, fanno tutt’uno con un generale senso di smarrimento.
In modi e per cause diverse, l’uomo e la donna attraversano lo stordimento di una convalescenza storica che dal piano collettivo s’infiltra in quello individuale, e che non risparmia – né potrebbe farlo – l’ambito ambientale: «Come se la vita dovesse ancora riprendere e tutto pel momento restasse provvisorio, abbandonato a se stesso quale la guerra l’aveva lasciato».
Lo sciame sismico post bellico non si limita però a fiaccare le possibilità di seduzione, intossicando l’avvicinamento dei due giovani e rendendo tremanti e sospese le loro azioni (Francucci, nella puntuale postfazione, parla di «un blocco erotico determinato in gran parte da un blocco storico»), ma arriva a negare gli spazi stessi della poesia: come avviene in una spiaggia dove i due passeggiano, una domenica mattina, e dove a un certo punto affiorano dei bunker, con il trauma che si rinnova nella forma dello spavento, del soprassalto di «un turbamento oscuro e irrazionale». In questo racconto, dove pure la luce gioca un parte discreta ma non secondaria (il che lo affratella in qualche modo al bellissimo “Una lapide in via del Babuino”), il buio torna a infartuare la relazione fra i due con conati improvvisi, con spasimi simili a quelli che punteggiano un pianto. E d’altra parte i movimenti stessi dei protagonisti sembrano il lento pianto nascosto di un’innocenza perduta, il lacrimare impotente per un orrore che – dopo averlo fatto nella nella sua conclamata totalità – continua a colpire attraverso le sue tracce, con le sue cancrene, con le sue metastasi. L’intera storia è, in definitiva, l’attesa della sintesi emblematica tra un “prima” e un “dopo”: tra il “dopo la guerra” e il “prima di un bacio”, quel bacio che finalmente giungerà dopo che i due si saranno per caso imbattuti in un cimitero cinese, uno spazio a suo modo incantato dove regna «quel senso di devozione fraterna ai simboli della morte, che è antico e irrazionale quanto l’uomo e che tanto ci avvicina, rendendoci così mitemente rassegnati ad amarci l’un l’altro, da qualsiasi parte veniamo e qualsiasi lingua parliamo o qualsiasi cosa abbiano fatto gli altri per dividerci». L’accesso fisico al cimitero è dunque una catarsi, rappresenta l’accesso simbolico a una nuova stagione, nella prospettiva di una diversa speranza di futuro e di un inizio che coincide con l’epilogo del racconto.
Sono di nuovo un uomo e una donna a comparire in “Ritorno a Cassino”. I due vivono un’avventura sentimentale, ma a unirli davvero (e a dividerli) è il fatto che lei sia la sorella del migliore amico di lui (anche in questo caso un io narrante maschile), quel Fausto Auriti da tempo scomparso: Fausto «la sua verità aveva creduto d’averla intravista, e contro il fascismo s’era gettato con la brusca, esclusiva passione di chi ritiene d’aver ricevuto un mandato dalla storia. Come del resto anch’io e tanti altri della nostra età. Solo che lui ne era morto». È in queste parole che pulsa il cuore dolente del racconto, il suo momento fondamentale: “Ritorno a Cassino” è infatti un mesto sguardo d’addio a una giovinezza perduta, uno sguardo lanciato dalla specola triste di un’età in cui si rapprende la verità di un uomo che ha accettato il compromesso dell’abbandono, della rassegnazione, della dismissione di un apparato ideologico e valoriale che «poco a poco s’era andato logorando: per stanchezza, per sfiducia, per un gusto sottile e smagato della rinunzia, per quella specie d’acquiescenza all’inazione e allo scetticismo che viene a sorprenderci allorché ci accorgiamo di contare, o valere, troppo poco per sperar d’accomodare la realtà alle nostre illusioni».
Il disincanto che si palpa in queste parole ricorda quello che avvolge la figura di Marco Berardi, il protagonista de “La compromissione”: e fra il racconto, del 1962, e il romanzo, pubblicato nel ’65, deve certo esserci una parentela, una consanguineità filologica che dice molto sull’officina pomiliana.
A chiudere il trittico è, come detto, “I partigiani”, brevissimo racconto del ’45 che vede ancora una volta protagonisti un uomo e una donna: Werner e Nora, un tedesco e un’italiana (l’inverso di quanto avviene nel “Cimitero cinese”) allacciati da una storia d’amore e in fuga a bordo di un camion durante la notte (che Giovanni D’Alessandro abbia voluto tributare un omaggio a questa fatica di Pomilio, col suo “La puttana del tedesco”, uscito nel 2006?). Come ricorda ottimamente Francucci, “I partigiani” «dimostra che nel ’45, quasi dieci anni prima dell’esordio con “L’uccello nella cupola”, Pomilio è un prosatore forse acerbo, come da suo giudizio successivo, ma già molto elaborato e in possesso di un’idea di stile che si andrà affinando nel tempo». Resta fermo che in quelle rapide e movimentate cartelle, il poco più che ventenne Pomilio ebbe modo di creare alcune immagini memorabili, che appunto ne mostravano il respiro scrittorio e che peraltro corrispondono ai luoghi apicali del testo.
Il filo conduttore del trittico pomiliano approntato da Ferrucci per “Il cimitero cinese” targato Studium è quindi la guerra, ma si tratta di un filo che racchiude in sé altre polarità tematiche: i rapporti sentimentali tra uomo e donna, il cammino (in auto, in camion) come itinerario di conoscenza di sé e dell’altro (sul modello kreutzeriano), lo sradicamento e – ultimo ma non ultimo – quell’anelito “pacifista” che sottende – vien da sé – una ferma condanna della guerra: la stessa che il cristiano Pomilio pose a fondamento del suo europeismo.

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